testi ed ipertesti

Sussidiario di diritto penale
Parte speciale
a cura di F. Giunta

5. Cenni al regime sanzionatorio delle “altre oscenità”

 

 I codificatori del 1930 non si erano limitati a sanzionare penalmente la commissione di atti contrari al comune sentimento del pudore che gli individui avessero posto in essere al di fuori della sfera privata, ovvero la rappresentazione pubblica di spettacoli osceni, come già visto. Essi, difatti, avevano esteso la sfera di intervento della pena anche ad una ulteriore ed estesa teoria di condotte – il fabbricare, l’introdurre nel territorio dello Stato, l’acquistare, il detenere, l’esportare, il pubblicizzare, ecc. – che avesse avuto quale fine specifico quello di fare commercio, distribuzione o pubblica esposizione di «scritti», «disegni», «immagini» o «altri oggetti» ritenuti osceni. Invero, l’art. 528 c.p. rappresenta plasticamente quella che prima facie può ben apparire come una vera e propria ossessione – “bacchettona”, oggi forse la si qualificherebbe – del legislatore del tempo verso la possibile circolazione sociale dell’oscenità in tutte le sue possibili forme, che la disposizione, in effetti, cerca di tipizzare in modo il più possibile esaustivo sia sotto il profilo delle condotte che sotto quello dell’oggetto materiale, con l’unico limite del richiesto dolo specifico, inteso comunque a circoscrivere la tipicità penale a quei contegni che rendessero possibile la percezione e la fruizione dell’oscenità ad un numero indeterminato di persone@.

 Tuttavia, a seguito dell’intervento di depenalizzazione realizzato dal più volte richiamato d.lgs. n. 8 del 2016 le ipotesi criminose previste dall’originario art. 528 c.p. risultano degradate ad illeciti amministrativi sanzionati in via pecuniaria, con due sole eccezioni. La prima, alla quale già si è fatto cenno, riguarda gli spettacoli teatrali o cinematografici, le audizioni o le pubbliche recitazioni che abbiano carattere osceno (v. comunque i commi 3, n. 2, e 4); la seconda attiene all’utilizzo di «qualsiasi mezzo di pubblicità» che risulti «atto a favorire la circolazione o il commercio degli oggetti indicati nella prima parte di questo articolo» (v. il comma 3, n. 1): scelta politico criminale, questa, forse non scevra da una qualche ipocrisia, ove si consideri che tutte le altre condotte aventi comunque lo scopo di fare circolare i medesimi «oggetti» (v. commi 1 e 2 dell’art. 528 c.p.) risultano, appunto, depenalizzate.

 

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