testi ed ipertesti

Sussidiario di diritto penale
Parte speciale
a cura di F. Giunta

3. Il requisito della vitalità

 

 3.1. Per inquadrare la questione occorre muovere da un principio largamente condiviso, ossia che la tutela penale della vita prescinde ordinariamente tanto dalla vitalità, ossia dall’attitudine a vivere, quanto della qualità della vita, di cui nessuno può farsi giudice dall’esterno. Che l’eutanasia costituisca reato è pacificamente riconosciuto, anche se al soggetto passivo rimangono pochi scampoli di vita e sia afflitto da sofferenze estreme. La vitalità non è solamente un giudizio naturalistico, è anche normativo. Risulta corretta e ricorrente l’affermazione che pure la vita del condannato a morte ha un valore assoluto, finché non giunga l’ora dell’esecuzione capitale. Si conclude che anche la minima anticipazione della morte (per esempio, l’uccisione del condannato mentre percorre il “miglio verde”) costituisca omicidio@.   

 Questo principio, nel rifiutare la cultura della morte, rafforza il valore assoluto della vita come bene insuscettibile di graduazioni. La sua applicazione, tuttavia, porta nel nostro ordinamento a eccessi sanzionatori evidenti, stante la mancanza di una fattispecie attenuata di omicidio che tenga conto della quantità e della qualità della vita offesa, che possono accompagnarsi al movente compassionevole. Il minimo edittale previsto dall’art. 575 c.p. è costituito dalla reclusione non inferiore ad anni ventuno. È di tutta evidenza che altro è uccidere il morente incosciente, altro è sopprimere una persona pienamente vitale. Non si tratta di relativizzare il valore della vita in sé, ma di tenere nel dovuto conto, ai fini sanzionatori, il contesto esistenziale del soggetto passivo specie quando si fa più tenue il suo interesse per la vita. 

 Al riguardo viene in rilievo un importante riferimento normativo: l’art. 2, comma 2, l. n. 219 del 2017, nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine, impone al medico di astenersi da interventi terapeutici sproporzionati. Come si vede, la ridotta vitalità del paziente, pur non riducendo la tutela (le condotte attive contro la vita continuano a ricadere nella fattispecie di omicidio) si riverberano sulla posizione di garanzia restringendola. Pertanto al medico che, nella situazione anzidetta, si limita a praticare le terapie essenziali, comprese quelle contro il dolore, non può imputarsi la fattispecie di omicidio a titolo omissivo.

 3.2. Vitalità e qualità della vita assumono un rilievo ancora maggiore ai fini del trattamento dei nati pretermine. A questo proposito vanno distinti i casi dei nati estremamente prematuri, con prognosi di morte, da quelli dei nati dopo la trentasettesima settimana, con prognosi favorevole. Massimamente problematiche sono le situazioni intermedie, caratterizzate da malattie invalidanti, in relazione alle quali è difficile tracciare il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia prenatale.   In particolare, per i nati tra la ventiduesima e la venticinquesima settimana di vita intrauterina, la scelta per l’intervento terapeutico o meno passa inevitabilmente attraverso un ottimale bilanciamento tra prospettive di sopravvivenza e qualità della vita possibile. Ciò significa che proprio con riguardo all’inizio della vita tutelata, la fattispecie di omicidio è tutt’altro che definita, come dimostra il ventaglio delle opzioni possibili che vanno dal non rianimare i neonati a rischio all’intervento di sostentamento vitale, con il verosimile epilogo di salvaguardare un’esistenza futura con danni cerebrali gravi e irreversibili.

 Un importante contributo al dibattito è stato offerto dal Comitato Nazionale per la Bioetica che, con il documento del 29 febbraio 2008 (I grandi prematuri. Note bioetiche)@, ha valorizzato il coinvolgimento dei genitori nel processo decisionale, senza però attribuire al loro parere un valore eticamente e giuridicamente vincolante. Da qui la conclusione che “la tutela della vita del neonato (…) non può ricevere pregiudizi per il solo fatto della sua nascita prematura”, né può giustificare il prolungamento inappropriato delle terapie quand’anche richiesto dai genitori. Per i neonati prematuri i criteri da adottare per la rianimazione non possono differire da quelli che valgono per la rianimazione di un bambino uscito dalla fase neonatale o di un adulto. In breve, secondo il Comitato Nazionale per la Bioetica sarebbero del tutto eccezionali i casi che non imporrebbero l’intervento terapeutico: il valore della vita prevale sempre su quello della sua qualità.

 3.3. Questo approdo, tuttavia, non è pacifico@. Né aiuta a risolvere il problema la recente l. n. 219 del 2017 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento). Nel disciplinare l’atto medico su minore, l’art. 3 non prende in considerazione il caso specifico che qui interessa, destinato a rimanere aperto.

 Non può sfuggire che la giurisprudenza sul punto sia pressoché inesistente. Poiché il dilemma del trattamento del nato prematuro è tutt’altro che infrequente, la mancanza di pronunce penali in argomento fa pensare che si sia creato sul punto uno spazio temporaneamente libero dal diritto forse dovuto, più che a un self restraint valoriale, all’indisponibilità della giurisprudenza, solitamente interventista, ad assunzioni di responsabilità. 

 

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